Chissà che gioia per gli operai dell’Alcoa, per i precari della scuola, per i neo disoccupati e per gli operai di Termini Imerese, quando sono venuti a sapere che il ministro Renato Brunetta prende 3.000 euro netti di pensione, in aggiunta al lauto stipendio, diarie e benefits da parlamentare, privilegi da ministro. In questo marasma triste che è il paese, è bello avere un segnale di ottimismo. C’è pure un tocco di neorealismo: vendeva le gondolette in un terribile stato di indigenza, ma a 23 anni era già assistente all’università, un velocissimo riscatto sociale, oggi impossibile ai comuni mortali. Chissà che soddisfazione per tutti i plurilaureati con master e tutti i titoli in regola che aspettano un concorso, nel sapere che Brunetta – legittimamente, per carità – diventò professore grazie a una sanatoria per precari. E chissà che gioia per i ricercatori italiani sapere che mentre Brunetta faceva il deputato europeo (con un notevole tasso di assenteismo, peraltro) la sua cattedra stava lì ad aspettarlo buona buona. E chissà che entusiasmo, per i conti dell’Inps dover rendere in soldi veri tanti anni di contributi figurativi maturati (legittimamente, ovvio) in aspettativa. E chissà che bello per i figli dei (pochi, ormai) occupati stabilmente con beneficio dell’articolo 18, sapere che chi vuole abolire quell’articolo porta a casa, solo di pensione, due-tre volte la busta paga di papà, quel parassita schifoso che impedisce il futuro ai giovani con il suo egoismo. E chissà che gioia quando in una delle sue numerosissime comparsate televisive il ministro Brunetta, o il candidato sindaco di Venezia Brunetta, si scaglierà contro i doppi stipendi, contro i pensionati che lavorano, contro quelli che vanno in pensione prima di 65 anni, contro i cascami di un welfare cattivo che penalizza i giovani. Bamboccioni che non sono altro, incapaci e fannulloni al punto che non sanno nemmeno mettersi in tasca pensione, più stipendio, più benefits, più prebende varie, sconti, agevolazioni e privilegi. Scemi.
Invito tutti ad apprezzare la ricetta per la ripresa economica del viceministro Roberto Castelli, espressa con il suo pacato savoir faire ad Annozero qualche settimana fa. Il video è diventato un must di Youtube, Faceboock ha un gruppo dedicato a quella straordinaria performance, ed è giusto che tutti sappiano. Rispondendo a una lavoratrice precaria (Barbara) che spiegava la sua situazione, Castelli ha dapprima risposto con la solita galanteria della destra (“Lei è giovane e carina, sia più positiva!”). Poi è passato alla costatazione del reale (“Volete la pappa fatta, sapete solo lamentarvi!”). E infine è passato a proporre una ricetta per la ripresa economica partendo dal suo personale esempio: “Io mi alzavo alle quattro del mattino, facevo 400 chilometri, andavo dai miei clienti a lavorare fino alle dieci di sera, poi prendevo la macchina e alle due di notte tornavo a casa”. Castelli tornava a casa alle due, e la mattina dopo si alzava alle quattro. Calcolando una doccia, un panino e un caffè all’autogrill, risulta dunque che per anni il ministro Castelli ha dormito tra i 26 e i 35 minuti per notte, niente sesso, niente letture, solo una telefonata di Bossi ogni tanto. Se due milioni e passa di disoccuparti, cinque milioni di precari, e qualche altro milioncino di italiani sottoccupati facessero come ha fatto lui, 800 chilometri al giorno e mezz’ora di sonno per notte, il paese andrebbe meglio. Ci sarebbe forse qualche effetto collaterale: autostrade intasate, crisi di nervi, colpi di sonno al volante, in compenso una severa selezione naturale permetterebbe di avere, tra qualche anno, milioni di viceministri acuti, lucidi e propositivi come Castelli. L’alternativa è il fancazzismo e la pretesa di avere la pappa fatta. Oppure ci sarebbe una terza via: andare tutti quanti da Castelli e pretendere delle scuse. Dopotutto, con quei ritmi, dormendo così poco, di dire una cazzata può capitare a tutti, anche ai migliori. Figurarsi a lui.
Un caso piuttosto clamoroso sta scuotendo la Puglia. Un bambino delle scuole primarie di Gallipoli, Massimo D’A. è stato bocciato con verdetto secco e inappellabile e dovrà ora tornare all’asilo. Il caso di bocciatura alle primarie è piuttosto raro e si fatica a trovare dei precedenti. Secondo la famiglia si tratta di un’ingiustizia: il piccolo Massimo è sempre stato il più intelligente di tutta la classe e non si capisce come possa essere stato bocciato addirittura prima della fine dell’anno scolastico. Dal canto suo, il preside della scuola elementare di Gallipoli ribadisce la correttezza dell’operato delle maestre: "E’ vero che si diceva che il piccolo Massimo era molto intelligente, ma va detto che lo diceva soprattutto lui, e questo è un po’ anomalo". In più, ha aggiunto il preside, "le primarie non devono guardare soltanto alla bravura, ma anche ad altre doti e qualità. Il piccolo Massimo si è rivelato in questi ultimi mesi piuttosto arrogante, e questo ha avuto certo un suo peso nel giudizio". Le maestre del piccolo sono d’accordo: "Dal punto di vista educativo - dicono - non è bene per un bambino delle primarie essere così sicuro di sé, considerarsi infallibile e più furbo di tutti gli altri". Ma dietro la sonora bocciatura spunta anche un piccolo giallo: infatti agli esami il piccolo Massimo D’A, non si sarebbe presentato di persona, ma avrebbe mandato avanti un altro bambino, un certo Francesco B., su cui avrebbe un notevole ascendente. Francesco B. era già stato bocciato alle primarie in Puglia cinque anni fa, e sarebbe stato convinto a riprovarci proprio da Massimo D’A, con la promessa, una volta promosso, di diventare amico dell’Udc. Alla fine, il risultato è stato a dir poco disastroso. Ora, l’asilo di Gallipoli aspetta il ritorno di Massimo, con qualche preoccupazione dei genitori che hanno costituito un comitato: "Va bene, sarà anche intelligentissimo, ma per favore non mandatelo qui".
Nella foto, il piccolo Massimo D’A, fotografato alle primarie di Gallipoli il primo giorno di scuola (clicca per ingrandire)
Naturalmente non ho nulla contro Giuliano Ferrara, anzi sotto sotto credo che porti fortuna, non fosse così ingombrante si potrebbe utilizzarlo come amuleto. Il fatto che parta per un’altra crociata santa, questa volta contro Emma Bonino, dovrebbe rasserenare gli animi a sinistra: l’ultima volta che Giuliano Ferrara ha messo in piedi una crociata, puntando esplicitamente a fare il ministro della sanità, ha preso lo 0,3 per cento, meno voti che pomodori. Puntò alla Terra Santa e si fermò alla prima osteria sulla Salaria, un successone. Naturalmente l’abitudine a fiancheggiare il potere è dura a morire: il Pci prima, parlandone da vivo, San Bettino poi, e il dott. Berlusconi in ultimo, sono tre indizi che fanno una prova. Questa volta, però, c’è un problemino: la devotissima crociata anti-Emma ha compagni di strada imbarazzanti, giornali che più che l’etica difendono le cliniche private del loro editore. Da qui, la necessità di alzare i toni. Emma diventa il diavolo, niente di meno, e persino i mistici di complemento, à la Socci, per intenderci, lo pregano di darsi una calmata: rischia di far scappare i clienti. In più, il Vaticano, che sta lì da secoli e secoli, non è mica Ghino di Tacco o papi Silvio che hanno bisogno della claque e dell’applausometro, e non sembra (né ora né prima, quando l’elefantino salmodiava con Giovanni Lindo) che tanto zelo possa vantare l’appoggio delle gerarchie ecclesiastiche. Esattamente come il vecchio Pci, anche i vescovi guardano con sospetto chi si agita troppo, e l’ortodossia non è una cosa che si può fare in franchising. Rassereniamoci, dunque, e piuttosto preoccupiamoci a sinistra. Emma Bonino ha dichiarato che l’aborto illegale era una cosa classista (chi aveva i soldi lo faceva, le altre crepavano malamente). Il timore è che, sentendo pronunciare la parola “classe” senza che sia riferita a un profumo o una sciarpa di cachemire, sia proprio la nomenclatura democratica a farsi venire un coccolone.


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